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Il progetto “A letto con il DESIGN” vede trasformare nel distretto dell’innovazione milanese l’ultimo piano di una vecchia fabbrica verticale, che oggi ospita il makerspace più grande d’Italia (MakersHub + IDEAS Bit Factory), in un nuovo modello di ospitalità: camere temporanee “pop up” in cui i progettisti, selezionati attraverso una call internazionale, vivono con le loro opere.
Per l’intera durata della Milan Design Week, lo spazio si dispiega come un inedito ostello ibrido, a metà tra il concetto di casa temporanea e quello di fabbrica abitabile, in cui è possibile visitare le stanze degli artisti e vivere la loro quotidianità.
Le installazioni protagoniste danno vita a un percorso che viaggia contestualmente dalla produzione analogica all’innovazione digitale e all’approccio interattivo.


Il progetto per la nuova sede SAE a Milano lavora sulla moltiplicazione del marchio, sul suo declinarsi in tutti gli aspetti, dalla grafica all’arredo all’architettura, per raccontare con immediatezza e semplicità chi si e’, cosa si fa e con che valore aggiunto, per rafforzare l’identità dell’azienda e rendere il messaggio fortemente riconoscibile e difficilmente dimenticabile. La grafica del logo SAE, composta da un pattern di linee orizzontali, si scompone nei suoi elementi minimi e diventa strumento di comunicazione: il marchio si trasforma nella matrice formale della facciata che, come una seconda pelle, riveste l’edificio e crea giochi grafici e volumetrici in cui la scomposizione in elementi minimi permette di mantenere sempre un doppio livello di lettura. Allo stesso modo il segno grafico invade anche gli spazi interni diventando esso stesso elemento compositivo e strutturale. E’ un nastro che attraversa i corridoi accompagnando il percorso ed incorporando la segnaletica, un pentagramma immaginario che si srotola ed a tratti sconfina e diventa funzionale: ora è una seduta che accoglie all’ingresso della scuola, ora sono tagli di luce che accompagnano e dirigono verso la reception.


Una vecchia stalla interpretata in chiave giocosa si riscopre attuale e riesce a catalizzare l’attenzione e la cura anche dei più giovani; qui la storia che ancora riecheggia, quasi sussurrata dalle antiche mura, viene riproposta in arredi iconici ma scanzonati, ironici ma anche funzionali: sono i protagonisti del precedente “vissuto” del fabbricato che ora trovano una loro collocazione definitiva e condivisa, felicemente a disposizione della città.

Sono arredi in sezione, tracce di animali di cui permane la figura a ricordare un tempo non così lontano: sono mucche che diventano tavoli, cavalli che dissimulano tradizionali librerie, maiali che si riscoprono comode panche, oche-portaombrelli o porta-riviste libere di vagabondare nello spazio e tra le mangiatoie, ma sono anche uccellini che anticipano graficamente ruolo e contenuti di ogni ambiente, segnalando così l’area di svago e per eventi, l’area di studio o lo spazio per esposizioni temporanee.

I mobili sezionati ricompongono una scena di vita quotidiana, come fossero stati colti in un attimo di dialogo serrato, ma la composizione e la ricomposizione sono alla base del progetto anche perché gli stessi arredi, smontati in singole parti, danno vita a nuove funzioni ancora: appendiabiti con le corna, bacheche “da prendere di petto”, mensole sagomate ma “di scarto”… tutto concorre ad arredare ironicamente e funzionalmente lo spazio. E chissà se, in questo gioco di ruoli che coinvolge gli arredi, la mucca avrebbe mai creduto di poter diventare un tavolo, o se gli antichi seggiolini del mungitore sarebbero stati felici della loro riscoperta e valorizzata funzione di seduta “nobile”!

Ne risulta un “puzzle tridimensionale” fatto di  relativamente pochi pezzi facilmente individuabili, che rendono la fase di smontaggio e di rimontaggio elementare; è un gioco di incastri che coinvolge gli utenti del centro giovanile fin dall’inaugurazione, quando saranno invitati ad una inedita “performance mezzadra”…


Uno chef europeo approda a Pechino: non un immaginifico viaggio per ricettari esotici, nè un’esplorazione lungo le vie del gusto. Nasce il Riverclub un luogo di incontro e scambio, confronto e racconto tra riflessioni antiche e ricerche sapienti: un tentativo consapevole di raggiungere un’eccellenza per l’esperienza dei gourmand globali. Il progetto dell’allestimento interno prosegue lo studio e il dialogo sviluppato tra lo chef e gli architetti nel progetto di ristrutturazione dello storico ristorante della famiglia Sacco. Se ora la matrice prima del progetto si colloca certamente nell’incontro tra le civiltà occidentale ed orientale, è stato però nello svilupparsi di successive coppie di termini, non in antitesi ma in rapporto di complementarità, che la sala, la cucina e gli arredi sono stati disegnati. Identità e ricorrenza, esperienza ed esplorazione, tradizione ed innovazione, classico e contemporaneo sono le declinazioni affini dei temi che il progetto affronta nel tentativo di cogliere, mantenere e suggerire le tracce di una possibile via di collegamento tra i due mondi.


Il progetto è costituito da un intervento di consulenza integrato che parte dall’architettura, passa per gli interni degli uffici, per il corporate identity, sito web e logo.
L’intervento architettonico è un recupero di un capannone ad uso industriale a fini terziari e residenziali, sia dal punto di vista impiantistico, che estetico e formale. L’idea alla base del progetto è la realizzazione di un intervento in grado di raccontare i valori e la professionalità della Carbone Holding e quindi negli interni e negli esterni abbiamo un abaco di rimandi e materiali che ci raccontano in mondo dell’edilizia.


Una piccola casa milanese per un giovane in carriera. Una ristrutturazione che doveva essere fatta di piccoli ma fondamentali accorgimenti; una ristrutturazione economica, ma non per questo povera di idee e intenti, funzionale ma anche ironica, fresca e spiritosa quanto calibrata.
Ecco dunque nasce un intervento minimale nel gesto, ma evidente nel risultato. Un intervento che ha sfruttato la peculiare composizione simmetrica della casa: un ideale asse che, passando per l’ingresso, taglia in due parti distinte l’abitazione. Due parti dall’anima profondamente diversa: da un lato la zona notte, più privata, conserva tutte le tracce della precedente abitazione, nell’altra, invece, si estende la zona giorno, aperta a nuove sperimentazioni. In questo secondo ambiente la linea di simmetria dà vita ad un nuovo cromatismo ambientale dove la memoria della casa diventa un pretesto per re-invertarla. Un nuovo spazio dove i vecchi libri si credono nuove mensole, e dei precedenti mobili della cucina non rimangono che delle orme, in un gioco di rimandi tra passato, presente e un “azzurro” futuro.


StoneAge è il progetto per uno showroom espositivo multimediale realizzato a Crevoladossola (VB) nell’ambito di riqualificazione di Villa Renzi.
All’ interno dell’antico stabile la promozione della pietra locale viene allestita intorno ad una riflessione sul rapporto tra reale e virtuale: la materialità della pietra si confronta con l’immaterialità della luce e del digitale.
All’interno dei pixel lapidei della parete espositiva altri “pixel”, differenti dai primi per materiali (plexiglass) e ruolo (informativo), si mimetizzano nella parete; dotati di sensori di prossimità passano da un’apparenza specchiante ad uno stato attivo in presenza di persone al fine di illustrare in dettaglio le informazioni relative ai campioni esposti.
Il progetto della luce completa l’allestimento, diventandone parte integrante: faretti da cantiere si inseriscono in un paesaggio che evoca le cave, illuminando direttamente la copertura a volta dello showroom e solo per riflesso l’ambiente espositivo; dicroiche puntuali illuminano i dieci pannelli espositivi; neon a pavimento e incassati a parete creano invece una luce suggestiva, segnano delle direzioni privilegiate nello spazio o separano con incisività, in sfondato, le quattro sezioni della parete-espositore.
Le pietre sono predominanti nell’allestimento: levigate, lucidate, fiammate o a spacco, con posa a corsi o a coltello, l’intera pavimentazione è risolta in pietra locale. Nella sala principale il pavimento diventa anche matrice degli arredi, che non solo si “appoggiano”, ma fisicamente nascono da esso, come se ne fossero il naturale prolungamento; così le lastre di pietra si “alzano” e diventano oggetto d’arredo: una volta vanno a configurare il desk della postazione del renderizzatore, altre volte le sedute al centro dello spazio espositivo, altre ancora si intersecano con i campioni lapidei dell’espositore. Individuano direzioni significative, rimarcano un dettaglio, segnalano una lavorazione particolare, scandiscono l’irregolarità delle pareti storiche esaltando gli angoli fuori squadra.


Il titolo scelto per il progetto è già di per sè indicativo del duplice obiettivo che si è perseguito: un bagno che sia flessibile, in grado di rispondere alle più diverse (ed inusuali) esigenze quotidiane degli utenti, ma anche un ambiente che sia consono al loro stato d’animo, che cioè ne “rispecchi” e ne “rispetti” le emozioni e i sogni.
Per questi motivi abbiamo progettato uno spazio non dedicato, ma aperto alle più svariate attività, un bagno che non sia più un semplice – quanto riduttivo – “spazio di servizio”, ma si trasformi in un vero e proprio “ambiente di vita”. Si assiste così al capovolgimento del paradigma che tradizionalmente accompagna i servizi occidentali, luoghi del privato per antonomasia, del pudore che diventa isolamento, e che invece si scoprono poter essere anche aree di divertimento, di pausa e di relax, di studio, di piacere, di meditazione; di intimità, ma, perchè no, anche di socializzazione o di lavoro, insomma “luoghi per comunicare”… di riscoperta “del sé” piuttosto che “degli altri”. Ecco dunque che si configura un bagno “a tutte le ore” e per tutta la famiglia. Un bagno “per emozionare” ed in grado di “ascoltare le emozioni” attraverso pareti-schermo sempre diverse, attraverso un albero che all’interno di un cristallo si staglia nel centro della stanza ed induce un costante rapportarsi col mondo naturale, mentre una “finestra sul cielo” si apre e sembra far “indietreggiare” la muratura concedendo ulteriore spazio al cristallo che svetta oltre la stanza: è un soffitto che regala spazio all’infinito, un cielo che “in punta di piedi” entra letteralmente nella stanza. In contrapposizione alle linee dure del cristallo centrale il pavimento si sviluppa come un’ “ipersuperficie”, diventando un manto avvolgente che accoglie gli ospiti. Alla doccia “tradizionale” si contrappone infine una doccia “naturale”: una vera e propria pioggia che entra nella stanza dallo squarcio nel soffitto. Una pioggia benefica e salutare che scorre lungo il cristallo regalandoci nuove tattilità, nuovi giochi di luce, nuovi effetti cromatici, nuove sensazioni, in una ritrovata empatia col mondo. In questo ambiente esoterico due delle quattro pareti sono completamente trasformate in monitor LCD. Sono pareti digitali che si relazionano alla finestra che si affaccia sull’esterno, restituendone frammenti, in un continuo gioco tra reale e virtuale: a volte le pareti-schermi e la parete-finestra si contrappongno, altre volte creano invece un’ambigua “continuità illusoria” perchè fondono (e confondono) paesaggi che quotidianamente ci circondano: dove sfuma la fantasia e dove inizia la realtà?


Evolutive Space è un’aula per l’apprendimento aperta a nuovi stimoli e in continuo cambiament0; essa sconvolge l’ insegnamento tradizionale poiché è stata concepita come uno spazio in cui l’apprendimento è determinato dall’emergere di mutevoli sensazioni. Evolutive Space interagisce e vive, non è più un semplice involucro ma quasi utero materno che cambia a seconda del tempo e delle istanze, è un progetto dinamico e pronto alle nuove sfide dell’apprendimento futuro.
La ricerca è nata dalla constatazione di come lo spazio scolastico attuale e il sistema di apprendimento, siano ormai logorati nella loro struttura più profonda e non solo formale; non dunque una semplice rivisitazione spaziale dell'”oggetto aula”, ma una vera e propria riflessione critica sulle dinamiche e sulle modalità dell’insegnamento. La partecipazione ed il coinvolgimento in prima persona di ogni discente, condotto all’interno di una multisensorialità spontanea e totale e non più semplice uditore di una lezione preconfezionata, è fondamentale.
L’intento è quello di far partecipare un gruppo d’apprendimento ad un’esperienza situazionale; mediante il coinvolgimento di più sensi si è cercato di portare l’individuo ad un “grado zero”, mettendo in discussione ogni luogo comune e annullando gli stereotipi codificati della società, (tra cui lo stesso rapporto di “sudditanza” alunno-docente).
In tale ottica la figura dell’insegnante non è più l’apice di una struttura gerarchica piramidale, quanto una guida, un compagno a pieno titolo, in un rapporto spontaneo e di totale fiducia.
Lo spazio e la sua percezione hanno un ruolo fondamentale nella definizione di tali relazioni: spazi con forti assialità, come quelli che siamo stati abituati a conoscere durante l’iter scolastico, ribadiscono il distacco culturale tra alunno e insegnante ed hanno ripercussioni sull’apprendimento individuale.
La struttura si articola in una sequenza di archi a sezione tubolare di varie tipologie, irrorati da un gran numero di distanziatori che, attraverso un doppio livello di scorrimento, garantiscono deformazioni spaziali avvertibili all’interno e percepite all’esterno.
Si può notare, infatti, come alle micro-deformazioni, assicurate da molle elastiche montate su piastre di trasmissione ed attivate dalla pressione esercitata durante l’investigazione tattile dello spazio si possono associare anche macro-deformazioni, realizzate tramite movimenti calibrati applicati su ciascun perno di trasmissione, attivabili tramite comandi meccanici.
L’individuo, posto al centro dell’esperienza sensoriale, può modificare lo spazio, percependo un tepore più o meno intenso grazie ad una schermatura superficiale accostata a cuscinetti di gel ad accumulo-trasmissione termica.
Lo spazio per l’apprendimento risulta quindi totalmente deformabile e sicuramente il progetto rivive, in questo senso, le esperienze dell’architettura pneumatica di Alviani, in cui già si intravedeva la coscienza del concetto di deformabilità, fin da allora considerata come adeguata risposta a quella “multivariabilità di fabbisogni spaziali” che si esprime nella quotidianità di ogni esperienza.
Altro elemento introdotto sono display pieghevoli, pensati come schermi che avvolgono l’aula e consentono di cambiare il contesto iconografico in base al tipo di attività svolta. Uno schermo come una lavagna, ma flessibile come una tenda.
Si tratta di schermi a quarzi liquidi, leggeri e arrotondati, ma dotati di particolare resistenza, provenienti dalla ricerca del CDT (Cambrige Display Tecnology); il materiale plastico usato può essere modificato cromaticamente punto per punto, offrendo una resa luminosa stabile senza bisogno di retroilluminazione. E’ molto importante sottolineare inoltre come, a differenza degli schermi LCD, questi schermi possano essere osservati da qualsiasi angolazione La realizzazione con polimeri morbidi permette inoltre la libera modellazione dello spazio confinato.
Questo “abito mediatico” ad elevato grado di interattività si adatta alle diverse esigenze e situazioni.
Il coinvolgimento dei singoli, portati al massimo livello di partecipazione, si attua a tre livelli: visivo, grazie agli schermi, tattile, stimolato dal calore intrinseco alle pareti ed infine spaziale, modificabile attraverso i pistoni.
Attraverso spazi evolutivi ed evoluzioni dello spazio, favorendo il processo di crescita reciproca tra alunno e insegnante, parliamo di spazio e percezione, ponendo finalmente il singolo individuo in un ruolo di attore protagonista senza che si trovi isolato in un “tunnel tecnologico”, ma condividendo passo per passo il processo di apprendimento.



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