Notizie

La mostra Redesign 1979-2019 propone un dialogo ideale tra le esuberanti provocazioni di Alchimia di fine anni Settanta e un “redesign” contemporaneo, riproposti 40 anni dopo dallo stesso Alessandro Guerriero e rivisitato in chiave tecnologica da Ghigos.

La sedia Universale di Joe Colombo e la Zig Zag di Rietveld diventano così occasioni per mettere in scena un cortocircuito tra passato, presente e futuro prossimo, tra le radici di un design “banale, psichico, artigianale” che mantiene la sua carica visionaria e un design sempre più informatico, open source e democratico.

Cambiano gli Alfabeti Visivi, si cercano nuove Cosmesi, ci si avvale di tecnologie innovative, ma il concetto di Redesign è davvero mutato? Guerriero e Ghigos propongono le loro visioni improbabili, provocatorie, emozionali – espressioni di nuove Alchimie o di processi in “low resolution”, a 8 e 16 bit – dove pacificamente convivono “artigianato, industria, informatica, tecniche e materiali attuali e inattuali” (A. Mendini).

Molte persone, soprattutto quelle con qualche anno in più sulle spalle, sono solite affermare che “tutto è già stato fatto”. Vero o falso che sia, accettiamo questo annoso refrain; ciò nondimeno restiamo dell’avviso che tutto può essere ri-fatto, meglio o peggio dell’originale. Confidiamo infatti che una citazione o un omaggio, dir si voglia, ci sgravi dal peso del passato, permettendoci di ripensare e ridefinire gli oggetti che accompagnano la nostra esistenza.

Se il design cerca di aderire a nuove idee e intuizioni, il redesign attinge a una serie di [vivide] reminiscenze per condurci a un ulteriore livello di comprensione. E mentre la produzione industriale tende allo sterminio degli errori di progettazione, il redesign adotta la pratica del rimescolamento e del disorientamento per mettere in crisi gli oggetti e i loro autori. Di contro alle utopie moderniste, il redesign ci porta all’interno di una gioiosa ucronia, un mondo differente e volutamente imperfetto che riesce a sorprenderci, ridestandoci dal torpore della banalità.

È sempre bene ricordare che gli oggetti non sono mai definiti una volta per tutte, appartengono a un patrimonio collettivo che è fonte d’ispirazione e reiterazione. Il gruppo Alchimia aveva tentato l’azzardo nell’ormai lontano 1979, minando l’identità di alcune icone del design e mostrandocele come mai ci saremmo aspettati di ri-vederle; con lo stesso intento, il collettivo Ghigos ha deciso di riprovarci avvalendosi delle tecnologie di digital fabrication, accettando la sfida del «design integrato e uniformato dalla tecnologia e dall’informazione» che Guerriero e Mendini avevano propugnato quarant’anni prima. L’impegno da parte degli uni e degli altri nel ripensare la Zig Zag di Gerrit Thomas Rietveld e la Universale di Joe Colombo ci permette quindi di interfacciarci con nuovi modelli culturali e con nuove peri[pe]zie tecnopoetiche che intendono debellare il conformismo e l’ovvietà.

Fare, disfare, rifare. Distruggere per creare. Alla “seconda vita” degli oggetti immaginati dal gruppo Alchimia si affianca ora una “terza vi[t]a” offerta dai Ghigos, resta giusto da chiedersi cosa dovremmo attenderci dal redesign dei prossimi quarant’anni? La sfida resta aperta a inedite narrazioni, con la consapevolezza che bisogna smettere di essere semplici fruitori: dobbiamo imparare a essere degli interpreti della vita.


“FAVOLE AL TELEFONO” presenta la Storia Gastronomica d’Italia attraverso alcuni marchi storici, utilizzando un format ibrido che comprende una mostra interattiva, una mostra immersiva e una mostra diffusa. La mostra interattiva posizionata all’interno del Design Hostel si avvale di un vecchio telefono SIP appoggiato al desk dell’ingresso: si compone un numero associato a uno dei marchi esposti e una voce che risponde al telefono inizia a condurci dentro una storia personale, una ricerca, una sperimentazione che tocca i diversi sapori del food Made in Italy. Contemporaneamente lo spazio si anima: all’interno delle stanze del Design Hostel si accendono proiezioni che accompagnano le “favole” che stiamo ascoltando al telefono. Sono documenti storici, paesaggi di regioni lontane, storie di prodotti che parlano di tenacia, di coraggio e diingegno. Accedendo alle diverse stanze tematiche il visitatore può immergersi completamente nel mondo di ciascun marchio; qui attraverso foto, oggetti e proiezioni viene presentata la storia imprenditoriale di ogni azienda, dando voce ai suoi protagonisti. Poiché, però, è un ambito che possiamo conoscere veramente solo permettendoci di assaporarlo, la narrazione non si limita alla mostra, ma si potrà anche gustare nei “punti d’assaggio”distribuiti per tutta la città, che vanno a comporre un invitante museo diffuso.


1Triennale Design Museum, AICH Milano Onlus e Huntington Onlus presentano dal 29 giugno al 30 luglio 2017 la mostra Secondo nome: Huntington, che conclude una serie di iniziative che per oltre un anno hanno coinvolto familiari, designers, biologi, ricercatori e fablab/makerspace milanesi, tutti chiamati a mettersi in gioco e fare rete per riflettere insieme sulla malattia con uno sguardo distante da tabù, stereotipi e pregiudizi che troppo spesso accompagnano l’Huntington. Una malattia che, come “un secondo nome”, il destino attribuisce alla persona: un’eredità familiare che da quel momento la accompagna, diventando parte integrante della sua identità.

La mostra, perseguendo uno scopo informativo e di sensibilizzazione, contribuisce ad accendere la luce su questa malattia rara per la quale, ancora oggi, non esiste una cura. L’Huntington (scient. Còrea Major) è una patologia ereditaria degenerativa del Sistema Nervoso Centrale che colpisce le persone nel pieno della loro vita (tendenzialmente tra i 30 e i 50 anni) andando a modificarne completamente le abitudini quotidiane, le capacità cognitive e l’autonomia, poiché è caratterizzata da movimenti involontari patologici, gravi alterazioni del comportamento e un progressivo deterioramento cognitivo. Il suo impatto non è irrilevante: in Italia si stima che esistano 150.000 persone colpite direttamente o indirettamente dall’Huntington. La malattia, infatti, non è un fatto individuale: abita il singolo ma diviene tanto rapidamente quanto naturalmente una questione familiare. I pensieri, le aspettative, i sogni di ognuno ne sono inevitabilmente coinvolti, assorbiti, interrogati senza scelta, così come lo spazio, il tempo, la casa.

Per la prima volta con questa iniziativa anche il mondo del design è chiamato a raccontare l’Huntington, immaginando prodotti pensati per i malati ma utilizzabili da tutti. Viene così ribaltata la prospettiva che solitamente sottende l’approccio dei prodotti per disabili: con la mostra nasce un variegato microcosmo di possibilità volte all’aumento della qualità della vita dei malati di Huntington e dei loro familiari – spesso i principali se non unici caregiver – tramite una sensibilità progettuale che proponga prodotti funzionali accessibili a tutti, rendendo la quotidianità più semplice e superando la visione convenzionale della disabilità come “qualcosa che va aggiustato”.

La mostra è articolata in due sezioni: una dedicata ai progetti dei vincitori del concorso under35 “…ma così è la vita! Junior design contest”, l’altra ai progetti di designer, come Alessandro Guerriero, Lorenza Branzi e Nicoletta Morozzi, Lorenzo Damiani e Brian Sironi tra gli altri, chiamati a confrontarsi con la gestualità istintiva dei malati e con la loro forza quotidiana, raccontate in diversi scenari domestici.

I designer hanno riflettuto sull’Huntington, su implicazioni psicologiche e pratiche del vivere, su una diversità che, con sfumature diverse, ognuno di noi può sperimentare nel corso della vita. I progetti esposti rispettano infatti le necessità della malattia, ma parlano di gesti, di emozioni, di delusioni, di paure, di speranze e di sfide universali.

Afferma il curatore Davide Crippa: “sono storie di vita quotidiana, frammenti di routine familiari che svelano equilibri sospesi tra il coraggio e la paura del presente, che ci raccontano gesti ordinari, ma talvolta insormontabili; sono problemi da osservare con delicatezza, un mondo di disabilità che si ribella alla dimenticanza, codici della normalità da rimettere in discussione; sono attimi, paure, nudità sfuggenti; sono tentativi di autonomia e rivendicazioni di gioia; sono storie di cura e di amore, di perdite e di conquiste, di paure e di sollievi. Sono progetti come ‘racconti fragili’ composti per dare forma a un manifesto del progetto debole, un manifesto per la Malattia di Huntington”.

Per vedere l’articolo clicca qui


Il catalogo di A letto con il DesignDesign Hostel, fa parte della Collana Disambigua / WSD Series edite da D Editore sulle contaminazioni tra il design e la società, andando alla ricerca di quelle interferenze disciplinari e risultati “disambigui”. La serie offre così un “indisciplinata” perlustrazione sulla cultura contemporanea, attraverso un approccio design oriented.
Fiumi di inchiostro – in analogico – e migliaia di bit – in digitale- sono stati prodotti per tentare di dare una cornice adeguata al tema qui proposto. Non possiamo parlare del Design Hostel in maniera tradizionale infatti. In questo catalogo, abbiamo cercato di mantenere e di trasmettere tutte le diverse anime, le diverse interazioni e il nostro approccio alla tecnologia con un design creativo e innovativo.
Qui a IDEAS Bit Factory siamo partiti dai materiali, da quelli che potevano essere intagliati a laser o dalla stampante 3d, in modo da ottenere cliches  simili a quelli usati nella stampa tradizionale.
Analogico e digitale hanno preso così un nuovo percorso.
Il catalogo è stato pensato con tre differenti inchiostri: un primo inchiostro è pastoso, steso sui cliches  e creato digitalmente. Il secondo inchiostro è applicato con la stampa laser, mentre il terzo è nero ed è conduttivo. Quando lo si tocca, trasmette un segnale ad Alchimia, la quale fa comparire le informazioni digitali legate a quella pagina in particolare. Quindi il libro interagisce con i dispositivi presenti nella stanza accendendo monitor e proiezioni, andando così a cambiare la percezione dello spazio stesso.
Queste aree “sensibili”, che si possono trovare nelle copie in edizione limitata, sono identificate dal simbolo wireless e dai loro percorsi attraverso la pagina, che vanno a richiamare il logo dell’evento.
Tre inchiostri. Tre livelli. Tre differenti chiavi di lettura. Un’unica pagina.
– Per vedere il video sull’interazione libro-contenuti multimediali clicca qui.

Il progetto “A letto con il DESIGN” vede trasformare nel distretto dell’innovazione milanese l’ultimo piano di una vecchia fabbrica verticale, che oggi ospita il makerspace più grande d’Italia (MakersHub + IDEAS Bit Factory), in un nuovo modello di ospitalità: camere temporanee “pop up” in cui i progettisti, selezionati attraverso una call internazionale, vivono con le loro opere.
Per l’intera durata della Milan Design Week, lo spazio si dispiega come un inedito ostello ibrido, a metà tra il concetto di casa temporanea e quello di fabbrica abitabile, in cui è possibile visitare le stanze degli artisti e vivere la loro quotidianità.
Le installazioni protagoniste danno vita a un percorso che viaggia contestualmente dalla produzione analogica all’innovazione digitale e all’approccio interattivo.


Politecnico, Milano. Oltre 150 anni di storia. Decine di migliaia di opere e progetti realizzati
e ancora da inventare. Una complessità e varietà di pensiero, difficile da raccontare
se non tramite l’espediente del viaggio. A suggerircelo, Laura Curino nello spettacolo
“Miracoli a Milano” in cui ogni miracolo è messo in scena come un delicato
ed indispensabile atto di trasmissione della conoscenza mentre il viaggio ne rimane
la metafora, il filo conduttore e collegamento.
Ora, allo stesso modo, l’installazione interattiva ci proietta in un tragitto di scoperta.
Il viaggio diviene la categoria di selezione delle opere realizzate e ricerche politecniche
in atto.
“Un miracolo, si dice ogni volta che lo stupore travolge”. Con sentimento di meraviglia,
partiamo come hanno fatto i pionieri, ci muoviamo tra i racconti e ci immergiamo nella
storia. Le pareti, intrise di significato, cangianti vibrano e si moltiplicano. Effetti
caleidoscopici, rimandano all’unione etimologica delle parole “vedere” e “bello” oltreché
alla figura retorica dell’entrelacement, in un continuo intreccio di storie ed esiti.
Si generano da alcuni motivi visivi creati da Lucio Diana per le scenografie di “Miracoli
a Milano”, si reiterano in minuscole forme geometriche, prendono possesso dell’ambiente,
con le loro infinite declinazioni, mutano e lo rendono ‘sensibile’. Al visitatore viene così
lasciata la possibilità di interagire con l’allestimento e di svelarne, mediante le sue azioni,
la molteplicità dei contenuti.
E’ sufficiente prendere il taccuino ‘giusto’, facendosi catturare dal titolo o incuriosire dalla
copertina, aprirlo e posizionarlo sul vicino leggio. Così facendo, di fronte a sé, si avvia
un inedito contributo multimediale. Comincia la narrazione. Filmati e immagini si animano
sulla superficie verticale. Cambia il taccuino, cambia la proiezione. Pochi secondi di visione
e poi nuovamente la scelta di un tema differente.
Fotografie, talvolta d’epoca, schizzi, frammenti di spettacoli e video originali
ci accompagnano in un viaggio di conoscenza, o commistione di conoscenze, scoperta,
esiti imprevedibili, e ricerca, in un susseguirsi di esperimenti e sforzi.
Un viaggio per certi versi a ritroso, nella vita del Politecnico e Milano, per altri proiettato
verso il futuro, tra scenari potenziali di sperimentazione scientifica e innovazione sociale.
Un viaggio reale e fisico, grazie ai mezzi di trasporto ed infrastrutture ideate da
protagionisti legati all’Ateneo. Un viaggio umano, di passioni, tentativi, e sperimentazioni
da parte di professori e studenti.
Visioni future nel passato, mettono in comunicazione il visibile con l’invisibile, eventi
e persone lontane nello spazio e nel tempo. Visioni future nel presente, cercano al contrario
di tradurre l’invisibile nel visibile, creando innovazione e auspicando al miglioramento
in un momento prossimo. La precarietà degli spostamenti in diligenza di Francesco
Brioschi, il fascino della Lambretta, lo stupore per le forme di Isetta, i nomi romani
di Lancia, le future auto-volanti, probabili veicoli fai da te e possibili carrozzerie in tessuto,
sono solo alcuni dei contenuti offerti.


Il mondo delle gang raccontato attraverso mostre, performance artistiche, spettacoli, concerti, cinema e incontri. Un viaggio nelle periferie disagiate delle grandi città alla ricerca del profondo legame tra tessuto urbano e fenomeni sociali caratterizzati da illegalità e violenza. E’ quanto proposto da “Gangcity”, Evento collaterale della XV Mostra Internazionale di Architettura della Biennale di Venezia che si svolgerà dal 28 maggio al 27 novembre 2016 nello spazio Thetis dell’Arsenale Nord. Il progetto, coordinato da Fabio Armao, docente di Politica e processi di Globalizzazione dell’Università di Torino, ha lo scopo di divulgare e coinvolgere attivamente a livello internazionale il mondo accademico, la comunità scientifica e artisti di ogni settore per far emergere soluzioni operative innovative e sostenibili al problema dei cluster urbani come terreno fertile per la proliferazione di gang e criminalità. Gangcity è un programma di ricerca che documenta il fenomeno delle associazioni criminali come forma di controllo dei tessuti urbani periferici nelle grandi città del mondo, con l’obiettivo di studiare processi di riqualificazione, riappropriazione e cura degli spazi pubblici e privati colpiti dal degrado. Il progetto si articola in diverse fasi e attività, declinando il percorso di indagine: una mostra fotografica collettiva dal 28 maggio al 27 novembre con 80 scatti dei fotografi Letizia Battaglia, Francesco Cito, Donna De Cesare, Salvatore Esposito, Walter Leonardi, Valerio Polici; una mostra di design sui simboli e sul linguaggio delle gang, sempre dal 28 maggio al 27 novembre, per raccontare abbigliamento, tatuaggi, accessori e oggetti di culto caratteristici dei gruppi criminali; un percorso con erogazione di crediti formativi, tra giugno e novembre, con workshop per studenti e cicli di seminari per mettere in rete professionisti di tutti i settori; un programma di iniziative culturali che spaziano dal teatro ai concerti, dalla proiezione di film, documentari e corti alle installazioni artistiche; un concorso fotografico internazionale rivolto agli studenti, chiamati a raccontare per immagini manifestazioni e soluzioni del problema.

 


Sessant’anni di Brecht al Piccolo sono raccontati attraverso sei parole
chiave – CONOSCENZA, UMANITÀ, GIUSTIZIA, GUERRA, LAVORO,
POTERE – emblematiche delle opere e della poetica dello scrittore
tedesco. Ogni parola è illustrata attraverso contributi audiovisivi e
fotografici tratti dagli spettacoli brechtiani prodotti dal Piccolo Teatro di
Milano nell’arco di tempo che va dal 1956 ai giorni nostri.
Dei 27 allestimenti di testi di Brecht, o tratti da Brecht, realizzati al Piccolo,
14 portano la firma di Giorgio Strehler, a partire dalla sua versione de
L’opera da tre soldi che debuttò in via Rovello il 10 febbraio del 1956, alla
presenza dello stesso autore.
Fu la scintilla che avrebbe innescato un racconto destinato non solo a non
interrompersi mai, ma a tornare, periodicamente, nella storia del Piccolo
Teatro, in un continuo gioco di sponda con la contemporaneità.
Da Vita di Galileo (1963) a L’anima buona di Sezuan (1981), da La storia
della bambola abbandonata (1976) all’esperienza del Festival Brecht
nell’autunno del 1995, Brecht è per Giorgio Strehler un riscontro continuo
e costante nel suo rapporto con la società.
Anche il Piccolo del terzo millennio non interrompe la relazione con il
drammaturgo di Augsburg: Robert Carsen con Madre Coraggio e i suoi
figli (2006) e Luca Ronconi con Santa Giovanna dei macelli (2012), unica
messinscena brechtiana della sua carriera, aggiungono ulteriori tasselli al
mosaico brechtiano. Brecht, in sessant’anni di storia, da autore
contemporaneo si è confermato un classico della letteratura occidentale.
Il rapporto tra Brecht e il Piccolo è strettamente legato agli accadimenti
che hanno segnato profondi cambiamenti nel mondo. Una cronologia
essenziale, realizzata con la competenza e la sensibilità del critico
Maurizio Porro – proiettata sulla parete a destra dell’ingresso nel locale
multimediale – rievoca il contesto in cui gli spettacoli sono stati concepiti.
In questa scansione temporale compaiono anche date e tappe essenziali
nella storia del Politecnico di Milano, partner del Piccolo nella creazione
del progetto, a testimoniare come la storia delle due Istituzioni da sempre
scorra in parallelo, in una stretta interconnessione con la società in cui
entrambe operano.


RovelloDue – Piccolo Spazio Politecnico nasce dall’incontro tra Piccolo Teatro
di Milano-Teatro d’Europa e Politecnico di Milano, legati da una profonda sintonia
e da una lunga collaborazione.
Aperto tutti i giorni con ingresso libero, dotato di un accesso indipendente da via
Rovello, uno spazio multimediale per il teatro che ospita mostre temporanee
interattive.
Il primo ambiente accoglie il visitatore con una narrazione per testi, immagini
e video.
Dopo alcune notizie sull’edificio, si ripercorrono i momenti salienti dell’avventura
del Piccolo e del Politecnico, le due anime di RovelloDue Piccolo Spazio
Politecnico: dalla fondazione, passando per le personalità che hanno scritto la
storia delle due Istituzioni, sino ai grandi spettacoli e alle invenzioni, le due storie
corrono parallele. Nel 2002, con la messa in scena dello spettacolo Infinities alla
Bovisa, testo del matematico inglese John D. Barrow e regia di Luca Ronconi,
Piccolo e Politecnico si incontrano per iniziare un comune percorso di ricerca
infinita.
Oltrepassando una tenda “teatrale”, il visitatore si cala in una realtà immersiva,
destinata a ospitare esposizioni temporanee dal forte impatto multimediale.
La prima iniziativa – dal 20 febbraio al 17 marzo – è un affettuoso omaggio
a Luca Ronconi.
Non nego il sogno che inseguo da una vita: tra gli anfratti dello spazio, gli interstizi
del tempo, presentare uno spettacolo infinito. In queste parole del Maestro è il
senso del percorso: a partire dalle tre parole chiave Spazio, Tempo, Parola, è data
la possibilità di una esplorazione attiva del lavoro di Ronconi al Piccolo. I diversi
contributi multimediali – fotografie, frammenti di spettacoli, suoni, interviste –
avviati direttamente dal visitatore, ricreano suggestioni e atmosfere del percorso
creativo ronconiano. È un modo per rispettare il suo “sogno” di infiniti percorsi
che ciascuno spettatore ricompone nella propria memoria.
L’esperienza è arricchita anche da immagini di tutti gli spettacoli che dal 2000 al
2015 raccontano l’esperienza di Ronconi al Piccolo, mentre a fotografie in bianco
e nero è affidata la testimonianza del suo lavoro con gli allievi della Scuola
di Teatro oggi a lui dedicata.
Il teatro mi ha dato la possibilità di vivere, operare e soprattutto conoscere.
Nel teatro per come lo intendeva Luca Ronconi, ossia forma privilegiata di
esplorazione del reale, sta il senso dell’eccezionalità di Infinities, lo spettacolo che
Piccolo e Politecnico di Milano realizzarono insieme, dimostrando come “infinite”
siano le possibilità del rappresentabile.
Contributi video mostrano il Maestro alle prove, negli spazi della Bovisa,
circondato dagli attori, dagli studenti e dai ricercatori del Politecnico, che diceva
di aver scelto come note viventi a piè di pagina, perché in un discorso scientifico
non ci si può “calare”: o lo si conosce o non lo si conosce e con i quali condivise
un dettato che è alla base di qualunque ricerca, estetica quanto scscientifica:
il bello non è applicare un metodo, è sperimentare e scoprire.

 


Lombardies – a unique territory with multiple identities, è un progetto di allestimento promosso dall’Unione delle dodici Camere di Commercio della regione Lombardia.
Una mostra sulla Lombardia e i suoi mille volti, forme e colori, un’immagine plurale di quella che è una grande regione subalpina, nel cuore dell’Europa e aperta verso il Mediterraneo, dove le sue molteplicità si combinano dando origine di volta in volta a differenti forme sociali, economiche e produttive, in continua evoluzione.
L’esposizione si distribuisce in tre spazi, guidando il visitatore in un percorso tra paesaggi di dati sensibili, piattaforme interattive e proiezioni dinamiche.



chiudi e torna al sito