Piazza Umberto I

Sono luoghi del raccoglimento, dello stare, dalla forte dimensione domestica, quasi dei salotti urbani per la casa di tutti, ovvero la città. E ancora luoghi del contemplare, del passeggiare e del correre, pervasi da un’impronta paesaggista e da movimenti del suolo imprevisti. Luoghi del gioco, dello scambio e dell’incontro, del percorrere la storia di un paese, di un parco e di una piazza.
Questo sistema di spazi trova il suo tratto unificante nel voler utilizzare i “materiali costruttivi” consigliati da Italo Calvino, immaginando una piazza come fosse un racconto basato sulla memoria, fatto di sogni, di pause, di suoni di lingue dimenticate, di sedimentazioni, di emozioni oltre che di stratificazione materiche di insediamenti

precedenti. Quindi piazza come racconto, come luogo per suggerire pensieri e riflessioni, ma anche piazza come spazio funzionale al servizio della comunità e della vita dei cittadini. Per riuscire si parte dalla scala urbana per arrivare ai dettagli dei materiali.
La storia di Besana ci suggerisce di consolidare il legame tra i nuclei dei precedenti centri abitati, puntando ad un percorso progressivo nel tempo, fatto per gradini successivi, per raggiungere un’unitarietà dei luoghi della memoria della città.
La piazza tende ad espandarsi rallentando i ritmi frenetici del traffico, aprendosi e chiamando a se le vie dell’intorno con segni materici che tracciano suggerimenti allo sguardo, al passo ed ai ricordi. Non solo le direttrici per futuri step di riqualificazione, ma vengono valorizzati anche assi e rapporti antichi e nuovi che si istaurano tra il belvedere e l’arco alpino, tra la piazza stessa e il Parco della Villa Filippini. Questo in particolare è un dialogo che si serra attorno ad un confine che si dissolve ad assume una nuova

forma e mille altre funzioni: è una cancellata aperta che sostituisce un muro opaco, è una teoria di funzioni ed usi che si rendono possibili intorno a disegni e piccoli dettagli della lavorazione del ferro. Le sbarre si curvano ed accolgono biciclette, si aprono per passaggi per bambini ed adulti curiosi, creano giochi tra dentro e fuori.

Le tessiture di serizzo e porfido campiscono le soglie storiche dello spazio pubblico, colorano di nuova identità i rapporti tra gli spazi aperti e gli edifici storici, marcano le prospettive visive e si impreziosiscono di intarsi della memoria. Non solo infatti per soglie e segni si disegna la piazza: ci sono le tracce e le impronte vivaci della vita che popola ed ha popolato questi spazi. Detti e racconti si imprimono così nei luoghi, con una forza tale da diventarne componente materica: pietre a foggia di lettera per comporre parole che evocano sogni e dispensano ponderati consigli, arguzie e furbizie. In questo viaggio metaforico eppure reale protagonisti sono i racconti della vecchia Besana, è la fondazione della città che ogni volta si ripropone, è un suono di parole lontane nel tempo che conquista il cielo, mentre il passato viene tramandato come un prezioso regalo. Anche le foglie degli ultimi gelsi sono ora diventate un tappeto che si intesse di ricordi, un disegno armonioso ed un gioco di luce magico ed onirico.

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